Ipnosi e psicologia a Cagliari... e non solo.

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martedì 6 febbraio 2018

Psicoterapia efficace? Problema risolto? Dipende.

Care lettrici e lettori,
nel corso degli anni mi sono interrogato su cosa rende una psicoterapia efficace ed efficiente, o inefficace e inefficiente.
Facciamo una distinzione per chiarirci, con un esempio pratico:
Ho il problema che non riesco a prendere l'ascensore, mi sale un'ansia che mi attanaglia e son costretto a uscire. Il problema è che mi hanno cambiato di ufficio, e l'attuale sta al 9° piano. Farmi 9 piani a piedi 4 volte al giorno diventa impraticabile. Quindi sono andato dal medico di base, il quale mi ha prescritto delle gocce, che non mi fanno niente. Ho aumentato il dosaggio dietro suo consiglio, ma in ascensore non ci salgo nemmeno sotto tortura. Quindi mi ha suggerito di andare da uno psicologo. E vabeh. Mi hanno fatto un nome, ci vado, la prima cosa che chiedo è "quanto ci metto", e mi son sentito dire che son cose lunghe, anni. Anni?!? Ma io devo andare a lavoro domani! 

Questo primo problema riguarda l'efficienza. Un conto è risolvere un problema del genere in 8 sedute, ossia 2 mesi di terapia, altro paio di maniche è dire di risolverlo, se va bene in 2 anni.
Ma proseguiamo con le vicissitudini del nostro amico.

Vabeh, mi dico, proviamo. Vado, vado, vado, parlo parlo parlo, quella mi consiglia qualche libro, mi dice qualcosa, ma in ascensore non ci salgo lo stesso. Però nel frattempo trovo un "collega di scale", un matto che lavora al 10° piano e si allena per le maratone. Gli ho parlato del mio problema e mi ha detto "saliamo insieme". Reggo i primi due piani al suo ritmo, poi mi molla, ma nel pomeriggio lo ritrovo e ci riprovo. Va a finire che farò le maratone anch'io. 
Riferisco queste cose alla psicologa, che mi dice: "benissimo, un successo della terapia, si sta sbloccando socialmente. E accenna a cose tipo "vantaggio secondario del sintomo", che poco capisco. Francamente ogni tanto mi perdo quando inizia i suoi monologhi. 

E' passato un anno di terapia e sto meglio di prima. La psicologa parla di "enormi progressi", e in effetti le cose sono cambiate, ma non saprei se per merito della terapia o dell'andamento della vita in sé. Ho scoperto che per le scale ci vanno vari colleghi per i motivi più svariati, e gli incontri sono sempre piacevoli. Quando non c'è nessuno cerco di farmi tutti i piani di corsa, do filo da torcere al collega del 10°. Per quanto tempo dovrò andare ancora in terapia? La psicologa su questo è vaga e non sa darmi una risposta. 
Ho capito che c'è un legame tra paura dell'ascensore e incontro con gli altri. Inizio a pensare che se in ascensore c'è altra gente, potrebbe andare meglio, ma se fossi solo? E lì nuovamente mi blocco. 

Questo secondo punto riguarda l'efficacia della terapia. La terapia ha risolto il problema? Il tipo è riuscito a salire in ascensore senza problemi? No. Quindi la terapia è stata inefficace.
E' vero però che c'è stato un miglioramento dello stato generale, ma dato da un adattamento della persona al sintomo. Salendo a piedi era inevitabile che incontrasse persone, e che trovasse una motivazione altra nel salire che andasse al di là del viversela come trasportare la croce sul Golgota. Perdere peso? Fare a gara col collega? Fare 2 chiacchiere con chi sale e scende? Cronometrarsi come sfida? Ascoltare musica nel frattempo? Tutte modalità di adattamento funzionale al sintomo.
Adottando un comportamento evitante, il nostro amico sta ovviamente bene, o meglio rispetto all'inizio, ma ha ristretto il campo della sua comfort zone. Cosa succederebbe se gli venisse una crisi d'ansia mentre sale le scale?  Quante probabilità esistono che questa eventualità accada?
Nella mia esperienza, alte probabilità.


E' passato un anno e mezzo che faccio terapia, ormai mi rendo conto che la seduta si ripete con una modalità sempre identica. "Come è andata la settimana? Lavoro? Colleghi? Famiglia? ", la aggiorno sulle novità, ma non è molto diverso da parlare con un amico. Faccio un ultimo tentativo dicendole che il problema non si è mosso di un millimetro, al di là dei miglioramenti su altre aree, e mi risponde col monologo che ci vuole tempo, bisogna sviscerare, analizzare. 
Ma io di analizzare sono sinceramente stanco. Più stanco che di fare le scale. 
Cara dottoressa, non fissiamo l'appuntamento, nel caso mi farò sentire io.

Esistono psicoterapeuti che conducono la terapia in questa maniera, terapie strutturate in questa maniera, e altri terapeuti e terapie fatte di un'altra pasta.
Il grosso problema è che pazienti disillusi in questa maniera relativamente alla psicoterapia, con estrema difficoltà si affideranno a un terapeuta, anche se fatto di un'altra pasta.
Quest'ultimo avrà una sola chance: lavorare su obiettivi a brevissimo termine (entro le 5 sedute) e segnare un successo dietro l'altro. Ossia essere efficace ed efficiente.
Quanti colleghi accoglierebbero una sfida del genere?
Già immagino la risposta dei detrattori: "la psicoterapia non è una sfida ma un processo".
Io rispondo così: meglio per il paziente se il terapeuta è competitivo e prende il suo lavoro come una sfida. Di gran lunga meglio per lui, perché sarebbe uno che sta sempre sul pezzo e non si arrende mai.
Non finisce qui.

A presto sentirci.

Dott. Delogu



sabato 4 novembre 2017

Quando anch'io avevo paura dell'ipnosi.

Care lettrici e lettori,
sapevate che avevo paura dell'ipnosi?  Tenetevi forte perché voglio raccontarvi un retroscena divertente.
Mi trovavo al primo anno della scuola di specializzazione di psicoterapia ipnotica a Roma, le perplessità mie erano tante, ma la curiosità batteva tutto. Uscivo da poco da una tesi di laurea intitolata "ipnosi in oncologia", roba molto figa ma che mi aveva dato un'idea distorta dell'ipnosi. In sostanza pensavo che fosse un potere che travalica la coscienza, che consentiva di bypassare la parte razionale e comunicare in un modo misterioso con l'inconscio, per ottenere in pochissimo tempo risultati altrimenti impensabili. Morale della favola: avevo una paura agghiacciante di sperimentare questa benedetta ipnosi su di me, perciò osservavo gli altri che partecipavano alle induzioni ipnotiche durante le lezioni, e io mi tiravo indietro, come Scooby Doo quando vede un fantasma. Paura di perdere il controllo, di quel qualcosa di ignoto, ancestrale e misterioso che avrebbe dominato la mia mente.
Scoprii che nelle induzioni di gruppo potevo "resistere", ossia non mi succedeva nulla se non ascoltavo le parole durante l'induzione ipnotica, perciò osservavo le esperienze di chi mi stava intorno, ma senza partecipare. Arrivai quindi verso la fine del 1° anno, con un problema non da poco: come avrei fatto a essere convincente sul fatto che non bisognava aver paura dell'ipnosi, se io per primo ne avevo paura? I conti non tornavano, quindi entrai nell'ottica di idee che dovevo cambiare qualcosa. Così la lezione successiva, approfittai di un'induzione di gruppo fatta da un professore per fare il mio esperimento. Eravamo disposti in file, e io mi nascosi nell'ultima fila dietro Andrea, un collega che ha la stazza da giocatore di rugby. Quella volta scelsi di non oppormi, come facevo di solito, ma di vedere cosa succedeva se assecondavo la cosa per 10 secondi. E magia delle magie... non succedeva nulla di paranormale: nessun viaggio nel tempo, nessuna uscita dal corpo o robe simili. Semplicemente mi sentivo più rilassato, ma niente di trascendentale. Così poco a poco nelle esercitazioni successive capii che era più una paura irrazionale nella mia testa che altro. E no, signori, nessuna anestesia generale o perdita totale della consapevolezza.
Ma non ero ancora soddisfatto, una parte di me pensava che pur da qualche parte dovesse esserci qualche ipnotista talmente capace e dotato da concretizzare quelle che erano convinzioni ancora radicate. Qualcuno che mi facesse ululare dandomi una suggestione di essere un lupo, cose simili! Nella mia scuola dicevano che non era possibile, ma io avevo qualche dubbio, e le ipnosi da palco su YouTube sembrava mi dessero ragione.
Così ricordo che al 3° anno di scuola, andai a un convegno a Roma, tenuto dall'attuale Presente della società internazionale di ipnosi.  Il deus ex machina dell'ipnosi medica, clinica e scientifica, un grande nome internazionale dell'ipnosi che compare nelle riviste scientifiche del settore, per capirci, non il tizio che posta video su YouTube dove fa svenire le persone con uno schiocco di dita... non so se rendo bene l'idea.
Ebbene, costui chiese se c'erano volontari per fare un'induzione individuale. Vari si presentarono, dopo di che alzai la mano e andai io. Negli anni avevo fatto parecchie volte il soggetto ipnotico, e altrettante avevo fatto l'operatore nei vari esercizi; non ero nuovo quindi alle induzioni a scopo didattico. Ma andai per un motivo: ancora dentro di me pensavo che qualcuno potesse, che so, schioccare le dita e farmi cadere come un sacco di patate. Quindi sfidai quello che oggettivamente è la persona più competente nel camp dell'ipnosi.
Non è difficile immaginare che la cosa non andò affatto così: ancora una volta nessuna perdita del controllo, nessuna amnesia, e neppure lui, il capo dei capi, era riuscito a fulminarmi col potere ipnotico. Ma non per chissà quale motivo, semplicemente perchè non è così che funziona.
I buoni soggetti ipnotici sono in grado di annullare la realtà circostante e vivere un'altra realtà, ma sono il 10% della popolazione. Se voi chiedeste a un buon soggetto se si rende conto durante l'ipnosi di dov'è, vi risponderà "no, ero lì", con "lì" inteso il contenuto della suggestione ipnotica.
Il buon soggetto sente il calore del sole, se gli diciamo che è in un deserto; avrà allucinazioni visive, uditive e cinestesiche, come se fosse in un sogno. 10/15 persone su 100 sperimentano questo genere di situazioni. Queste persone non sono "facilmente manipolabili", o persone fragili, non c'entra nulla. Sono persone certamente intelligenti, ma con una grandissima capacità immaginativa. A differenza del training autogeno, dello yoga, delle tecniche di visualizzazioni, con l'ipnosi è possibile approdare a livelli più profondi. Per capirci, un buon soggetto ipnotico può imparare a controllare il dolore fisico, cosa che ho avuto modo di verificare in 10 anni di pazienti in Terapia Antalgica all'ospedale Brotzu. Potenzialmente può fare qualsiasi cosa in pochissimo tempo. Sono i Mozart per la musica, persone dotate di un talento straordinario che spesso non sanno di avere. Avessimo messo Chopen a fare il falegname invece che suonare il pianforte, sarebbe diventato il prodigio che è stato? No, sarebbe stato un falegname medio, ma non geniale. Messo però in un contesto musicale, la sua genialità si è espressa ai massimi livelli. Lo stesso vale nelle psicoterapie: i buoni soggetti ipnotici offrono il massimo nella psicoterapia ipnotica. Potrebbero offrire molto meno in altre forme di psicoterapia che non fruttano le loro brillanti capacità.
Questa, care lettrici e lettori, è una parte della storia. Per sapere se si è dei buoni soggetti bastano pochi minuti.
Vi chiederete: e il restante 90%? Ebbene, sono persone con minori capacità immaginative, quindi riescono a visualizzare, ma mantengono una parte di consapevolezza del qui e ora. Sanno che stanno facendo una seduta di ipnosi, in qualunque momento possono scollegarsi se vogliono. Minore è il livello di suscettibilità ipnotica, maggiore è l'aderenza alla realtà circostante.
Ma ora un colpo di scena: numerose ricerche hanno dimostrato che non esiste una relazione causa effetto tra suscettibilità ipnotica e outcome terapeutico, in sostanza non è dimostrato che siccome una persona è un mozart dell'ipnosi, in automatico guarirà e in tempi brevissimi.
Come sarebbe a dire?
Questo perché ho dato per scontato un dato fondamentale che scontato proprio non è: il talento dell'ipnotista. Talento che è un composto di competenze altissime, grande intuito, creatività, capacità empatiche, carisma. Roba in sostanza che non si impara solamente dai libri, e forse non è proprio possibile imparare. Ma questa è un'altra storia.

Restate sintonizzati su queste frequenze.

Dott. Delogu

giovedì 12 ottobre 2017

Psicologo empatico? Merce rara.

Care lettrici e lettori,
trovare persone con empatia, che capiscano realmente cosa sia una sofferenza, e, soprattutto, che si prendano a cuore le vicende di chi chiede aiuto, è una cosa quantomeno difficile.
Ve lo spiego così: un giorno venne da me una persona che soffriva di attacchi di panico. Nella prima seduta mi resi subito conto che nulla di quanto era in mio potere, poteva funzionare. Soggetto non ipotizzabile, non rispondeva a nessuna tecnica, refrattario all'emdr: per onestà intellettuale gli spiegai che poteva avere delle possibilità concrete andando da un terapeuta specializzato in terapia breve strategica. "Da chi vado?", mi chiese. Gli risposi che siccome ero assolutamente addolorato per il fatto di non essere riuscito ad aiutarlo -e lo ero sul serio- , mi sarei preso io la briga di trovargli un terapeuta.
Quindi il giorno dopo presi un elenco di colleghe esperte in quello specifico orientamento e le chiamai tutte, ma con mia grande sorpresa nessuna rispose al telefono. Riprovai in orari diversi ottenendo lo stesso risultato. Alla fine inviai un sms: "Mi chiamo Giovanni Delogu e  sono un collega, ho un paziente da inviarti. Contattami perché ho cercato di chiamarti ma senza esito".
Ebbene, solo una collega mi richiamò, scusandosi, giorni dopo, 1 su 5 per essere precisi. Altre 4, nonostante il messaggio, non mi richiamarono mai.
Ora, io mi sono messo nei panni di quel povero signore: chiami un numero e non risponde nessuno. Passano le ore, i giorni, e nessuno ti richiama. Ci sono rimasto male io, figuriamoci chi sta male sul serio e ha un problema concreto quotidiano.
Per questa ragione la mia politica è della disponibilità Vera. E' vero, mi incasino se mi chiedono un appuntamento su WhatsApp, ma rispondo sempre, generalmente senza limiti di orario. Se mi chiamano rispondo quasi sempre al secondo squillo, e se non posso rispondere, rispondo con un messaggio cordiale "ora non posso rispondere, richiamo come posso". Perché sono dell'idea che chi sta male non va fatto attendere, o fatto attendere il meno possibile, perché il dolore, lo star male, non va in vacanza, non si prende mai una pausa. Mai.
Siccome sono stato molto male anch'io, non dimentico mai come si sta dall'altra parte, dell'inferno al pronto soccorso e le attese infinite. Non dimentico neppure quando dovemmo portare nostro figlio di 2 anni di corsa al pronto soccorso, con tutta la paura terribile che potete immaginare.
Dico sempre alle persone che seguo, che se hanno bisogno possono chiamarmi in qualsiasi momento. Il 90% non chiama mai, perché vogliono farcela da sole. E questo per me è motivo di orgoglio, perché queste persone sono diventate autonome e terapeute di loro stesse.
E' questo un punto cruciale: io non faccio terapie lunghe anni, non voglio che le persone diventino dipendenti da me, perché lo ritengo antiterapeutico, il fallimento della terapia. Accompagno le persone fin quando hanno bisogno di me, poi le lascio camminare con le loro gambe, con i nuovi strumenti. Le persone entrano in un modo e finiscono la terapia che sono cambiate. 
Persone che hanno accettato la sfida di risolvere i loro problemi. 
E hanno trovato uno che le sfide le accetta sempre.

Dott. Delogu
P.S: Ci vediamo lunedì 16 alle 17:00 in via Dante, 16 a Cagliari. Terrò un seminario gratuito dal titolo "Applicazioni pratiche dell'ipnosi". 10% spiegazione, 90% pratica.

sabato 23 settembre 2017

Eventi gratuiti settimana del benessere psicologico + Studi aperti Cagliari.

Inoltro con piacere la locandina degli eventi della settimana del benessere psicologico, patrocinato dall’Ordine degli Psicologi della Regione Sardegna.
Le iscrizioni sono gratuite e aperte a tutti, ma è obbligatoria la prenotazione per via dei posti limitati. 
Vi informo inoltre che dal 2 al 6 ottobre e il 9 e 10 ottobre sarà possibile un colloquio di consulenza psicologica gratuito grazie all’iniziativa dell’Ordine degli Psicologi  "Studi Aperti”, che ha come finalità la promozione del benessere psicologico.
La prenotazione è obbligatoria, e chi desidera può contattarmi al 3473095315. (No mail o sms per fissare appuntamenti, ci incasiniamo troppo, a voce si fa prima). 
Il mio studio si trova in via Tuveri, 72 a Cagliari, 4 piano. 

Approfittatene. 

Dott. Giovanni Delogu




lunedì 3 luglio 2017

Cosa c'è dopo la morte? Seminario esperienziale

Care lettrici e lettori,
L'argomento del "dopo la morte" è stato oggetto di interesse da che l'uomo esiste . Ciascuna religione dà una propria interpretazione, spesso in contraddizione con quello che dicono le altre. Si va in paradiso, ci si reincarna, si va all'inferno, si diventa pura energia, si incontra Gesù o un gineceo di vergini? Già il fatto che miliardi di persone credano in concetti così diversi deve far riflettere sul fatto che, in sostanza, tutti credono per fede alla religione di appartenenza, ma nessuno può avere la certezza assoluta di quello che realmente accade quando il cuore cessa di battere.
Ma qui entrano in gioco le OBE, out of body experience, esperienze nelle quali alcune persone quasi morte -ossia in arresto cardiaco- riferiscono di aver sperimentato l'uscita dal proprio corpo, di volare in un tunnel con una luce paradisiaca in fondo, e una voce che dice loro "non è ancora il tuo momento". Altri riferiscono sensazioni oscure di estrema negatività, per esempio fuoriuscita dal corpo accompagnate da paura o terrore.
Uno studio autorevole ha però dimostrato il 96% dei soggetti con esperienze ai confini della morte (arresto cardio circolatorio), avevano sperimentato in passato fenomeni di paralisi nel sonno.
Cosa significa tutto ciò? Che esiste una correlazione fortissima tra coloro che riferiscono episodi nei quali si sono sentiti paralizzati,  impossibilitati a muoversi, e a quel punto hanno avuto esperienze incredibili di alieni nella stanza che confabulavano tra loro o viaggi fuori dal corpo, ed esperienze analoghe in punto di morte.
Esistono delle ragioni neurologiche che spiegano il perché alcune persone hanno queste esperienze: il prof. Olaf Blanke dell'ospedale universitario di Ginevra, stimolando elettricamente il cervello di una paziente gravemente epilettica, notò che stimolando la circonvoluzione angolare, nella corteccia temporo-parietale, la paziente ebbe delle ripetute esperienze fuori dal corpo.
La correlazione tra questi due fenomeni è altamente significativa: in entrambi i casi entrano in gioco gli stessi circuiti cerebrali, fattori biologici che fanno in modo che certi fenomeni si verifichino.
Cos'ha a che vedere questo con l'ipnosi? La stessa biologia e aree cerebrali condivise, permettono in una regressione ipnotica "in punto di morte" di poter sperimentare le stesse sensazioni delle esperienze ai confini della morte. Non c'è bisogno di andare in arresto cardiaco per sapere cosa succede: basta partecipare al seminario esperienziale che si terrà a Cagliari in via Dante 16 presso la sede della LILA lega italiana per la lotta contro l'aids, il giorno giovedì 13 luglio alle ore 16:00.
Vi ricordo che la quota di partecipazione è di 20€, una parte della quale verrà devoluta alla LILA.
Per le prenotazione è sufficiente una mail.
Vi aspetto con gioia.

Dott. Delogu

venerdì 16 giugno 2017

Ipnosi regressiva: una seconda testimonianza.

Vi trascrivo la lettera che mi ha consegnato una ragazza che è venuta da me perché incuriosita dall'ipnosi regressiva. Le ho chiesto di scrivere la sua incredibile esperienza a parole sue, le più autentiche.

Mi sono rivolta al dott. Delogu perché avevo letto un libro di Brian Weiss, e cercavo qualcuno che potesse accompagnarmi in questa esperienza, perché cercavo delle risposte.  Non avrei mai immaginato che il contenuto della seduta mi avrebbe toccato così profondamente.
 Nonostante il dottore sia stato professionale nell'avvertirmi che non tutti i soggetti sono ipotizzabili allo stesso modo, sugli aspetti scientifici dell'ipnosi, e quelli controversi non riconosciuti dalla scienza, ho cercato di affidarmi senza eccessive aspettative. D'altronde, potevo essere io stessa non ipotizzabile senza saperlo, che senso aveva illudersi?
Mi sdraio sul lettino, e il dott inizia a parlarmi con voce calma e pacata. Da lì in poi è come se avessi vissuto un sogno, alcuni tratti non li ricordo, ma altri come se li avessi vissuti in prima persona. 
Mi vedo, sento che quel corpo è il mio ma non mi riconosco, è il corpo di un ragazzo, un guerriero. Mi trovo in un campo assieme a molti altri ragazzi come me, vestiti con un gonnellino, una cintura particolare, scalzi. Sono tutti armati, e anch'io ho un'arma, ma non è una spada, è una specie di falce con una impugnatura. La tengo nella mano destra, poggiata alla spalla come fosse una zappa. 
Ci stiamo dirigendo in fila ordinata verso una città importante, ma siamo tutti tesi perché dobbiamo conquistare quella città, non ci accoglieranno bene. Ho paura, ma non posso scappare. Sono giovane, ho 20 anni. C'è un mio amico affianco a me, lo conosco da sempre, ci diamo coraggio a vicenda. 

Mi trovo ora in mezzo a una battaglia, ovunque persone che combattono, rumori di spade, grida, combatto, ferisco e ci facciamo strada. Siamo dentro una città ora, vedo dei simboli, sono dei geroglifici, ma non mi soffermo a guardare perché stiamo tutti correndo, siamo moltissimi. Vedo le case e le persone che scappano come ci vedono. Esultiamo, stiamo tutti gridando, non troviamo quasi nessuna resistenza per ora. Una donna  si butta per terra al mio passaggio, mi parla in una lingua che non capisco. Ha un manto ricamato in mano.

E' passato ora del tempo, anni, siamo nella stessa città, e sono affacciato a una finestra. Quella città, di cui non so pronunciare il nome, è diventata la mia casa. C'è una donna che sta preparando la cena, è mia moglie. Sono diventato un fabbro, ho 33 anni, non siamo riusciti ad avere figli. E' un peso più grande delle battaglie che ho affrontato. 

Mi risveglio, l'esperienza è finita, ho le lacrime agli occhi. Ho sentito quel dolore nel non poter avere figli, lo stesso dolore che ho provato io quando mi hanno detto che sono sterile. Non me ne sono mai fatta una ragione, come potevo? Mi ero rivolta al dott. Delogu per trovare una risposta, e quello che ho visto, che ho vissuto, mi conforta. Una parte di me ora sa che doveva andare così, è come se avessi capito. Avevo sempre il dubbio che mi fossi inventata tutto, che fosse un trucco della mia mente, finché non è accaduta questa cosa che mi ha lasciata senza parole. 
Conclusa la seduta, ho espresso al dott. Delogu i miei dubbi sull'attendibilità della mia esperienza, ed egli ha poi aggiunto che avrebbe fatto qualche indagine sui fatti emersi in ipnosi, e che sarebbe stato difficile perché non ero stata in grado di dire né date, né nomi di città, ma solo alcuni dettagli. 

Sono tornata nel suo studio la settimana dopo, non credevo ai miei occhi quando mi mostrò l'immagine della stessa falce che avevo visto e usato durante l'ipnosi. Mi spiegò che si trattava di un khopesh, un'arma degli antichi egizi, usata da un popolo invasore, chiamato hyksos. 
Non mi sono mai interessata alle armi in generale, tantomeno alle armi dell'antico egitto. I miei interessi sono di tutt'altro genere, ed escludo di aver visto una cosa del genere in un film, non è il tipo di film che guarderei. 
Ciò non toglie che l'aver visto nel presente coi miei occhi quella specie di spada curva è stato sconvolgente. Tutto aveva un senso, una continuità, un perché. 
Grazie, dott. Delogu, mi sono rivolta a lei con dei grandi interrogativi, ora ho tutte le risposte di cui avevo bisogno, che credo nessuno avrebbe potuto darmi in altra maniera. 

Commento
Questa ragazza voleva fare una seduta di ipnosi regressiva. Non mi dice il vero motivo, cioè trovare un significato alla sua infertilità. Non credo me l'abbia nascosto di proposito, è un processo inconscio, come le dimenticanze, gli atti mancati di Freud. E' regredita in un altro corpo con un altro vissuto, ma come ha trovato il filo rosso conduttore, l'infertilità che li accomunava, è uscita da sola dalla trance. Non è stata la violenza, il sangue, la guerra, la paura, a farla risvegliare: è andata avanti finché non ha trovato ciò che stava cercando.
Ho dovuto faticare non poco per riuscire ad avere un contatto diretto con un dottorando di egittologia, il quale si è reso disponibile per inviarmi un articolo e alcuni link, che ho girato alla mia paziente.
Non sono un investigatore privato, né dell'occulto. Sono uno psicoterapeuta. Avessi negato l'aiuto a questa ragazza, sarebbe rimasta nello stato penoso di non accettazione. A distanza di alcuni mesi è cambiata la sua consapevolezza, sono portato a pensare in via definitiva.
Grazie, cara ragazza, aiutarti per me è stato un piacere.




giovedì 8 giugno 2017

Dimenticare il bimbo in macchina: vediamoci chiaro!


Care lettrici e lettori,
vorrei spendere due parole sui fatti accaduti a Castelfranco di Sopra, nel quale una madre si è dimenticata della bambina in macchina,  si è diretta in ufficio chiudendo l'auto come se nulla fosse, e a fine mattina, tornata all'auto ha fatto la tragica scoperta: la bambina era morta.
Non è la prima volta che succede in Italia, sempre con la stessa dinamica, e non sarà certamente l'ultima se non si attueranno nelle contromisure efficaci.
Cosa succede a queste persone? Come è possibile che una madre si dimentichi di avere la bambina addormentata in auto, e continui a svolgere normalmente la sua vita?
Dando un'occhiata ai commenti su facebook della notizia riportata sul sito dell'Ansa, il pathos popolare si divide in due schieramenti: i colpevolisti, che non trovano attenuanti a una dimenticanza simile, e invocano il carcere a vita e il togliere la potestà genitoriale a entrambi i genitori; dall'altro i giustificazionisti, alcuni dei quali spinti da una pietas cristiana, solidarizzano con il dolore della madre.
Ora facciamo un salto indietro nel tempo: 2013, Andrea Albanese dimentica il figlio Luca di 2 anni in macchina, chiude le portiere e si dirige a lavoro. Quando torna scopre con orrore il corpo senza vita del figlio, dopo 8 ore passate al sole imbragato nel seggiolino. Nel settembre del 2014 il giudice proscioglie Andrea Albanese perché sia il consulente tecnico d'ufficio che il consulente di parte hanno concordato sul fatto che il sig. Albanese in quel momento viveva una amnesia dissociativa transitoria. La sentenza dichiara che sig. Albanese in quel momento era incapace di intendere e di volere. Ergo, non una dimenticanza, negligenza, imprudenza o disattenzione, come vorrebbero i colpevolisti di facebook.
Si tratta di un disturbo dissociativo temporaneo, che nello svolgimento di comportamenti routinari mette in stand-by una parte della consapevolezza automatizzando certi pattern comportamentali, e di fatto generando un'amnesia. In questo caso gioca un ruolo fondamentale la privazione di sonno e lo stress, specie il primo mattino quando si è più stanchi. Caratteristica che colpisce molti genitori nei primi 2 anni di vita del bambino. Ne è ulteriore conferma il fatto che negli episodi accaduti in Italia dal 1998 ad oggi, nessun bambino deceduto superava i 2 anni di età. (Verificate qui).
Per spiegarla in parole semplici, l'essere genitori può trasformarsi in un inferno a seconda delle caratteristiche del bambino.  Immaginate un bambino che ha frequenti risvegli durante la notte, magari che non vuole stare sul passeggino ma solo in braccio, difficile da calmare e così via. Significa che dormire la notte diventa un'utopia, che una madre dovrà allattare inizialmente ogni 3 ore, cambiare almeno 8 pannolini al giorno, non avere il tempo nemmeno per mangiare se non c'è qualcuno che le dia il cambio. Una situazione del genere portata avanti per anni, in caso di un basso livello soggettivo di tolleranza alla frustrazione, o di una mancata organizzazione funzionale, genera una sovraesposizione allo stress, che sommato al non dormire e mangiare quando capita, fa precipitare la persona in quello che il dott. Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano, definisce "Una condizione un po' ipnoide in cui si svolgono delle azioni, specie quelle del mattino, come in trance". Essendo specializzato in ipnosi e psicoterapia ipnotica, posso confermare che il fenomeno descritto non è volontario ma inconscio, si tratta di un restringimento del campo di coscienza nel quale l'attenzione viene focalizzata unicamente su un pensiero escludendo qualunque altro. Nella trance vigile (awake hypnosis) le persone addestrate possono entrare in uno stato di autoipnosi,  e percorrere km di corsa o in bicicletta senza che ne abbiano consapevolezza. 
Capite ora come un genitore cheta una qualità del sonno scadente da molti mesi, che è  stanco e spossato, oberato da impegni lavorativi, se presenta determinate caratteristiche di scarsa resistenza allo stress, può entrare in questi automatismi mentali, che sono un mezzo estremo di recupero energetico e stand-by dallo stress. Il bambino nel retro dorme, il genitore è in uno stato ipnoide, chiude in automatico l'auto andando a lavoro. Nella sua mente ha bypassato l'atto di dover portare il bambino all'asilo perché non è consapevole a livello razionale. Di fatto è in uno stato dissociativo, in trance ipnotica.
Vorrei essere chiaro: non si tratta di negligenza, sbadataggine, incuranza, distrazione o semplice dimenticanza. 
Una soluzione esiste, e si articola in 2 interventi: uno tecnologico, chiamato sistema anti abbandono, dotando per legge tutti i passeggini di un sistema che suoni se si chiude la macchina col bambino dentro. Aggiungo che è stato proposto dallo stesso Andrea Albanese, il papà a cui è accaduto un fatto analogo nel 2013, trovate qui l'intervista. Che fine ha fatto la proposta di legge? Mai discussa. 
Il secondo intervento è di tipo preventivo: evitare l'accumulo di stress dei neo genitori. Ossia alternarsi col bambino, fare turni frequenti, coinvolgere laddove possibile familiari, essere intercambiabili nell'accudimento del bambino, avere una rete di supporto che vada dai consultori familiari ai gruppi di mamme, alla pediatra, alle amiche. In generale MAI essere soli o sentirsi soli col bambino per lungo tempo.
Nella pubblicità del mulino bianco, o dei biscotti per neonati, o dei pannolini, si vedono sempre bambini sorridenti, dando l'illusione che fare la mamma o il papà sia come avere un cagnolino da coccolare tutto il giorno. La realtà può essere molto amara per parecchio tempo.
E a dirla tutta, i corsi preparto che dovrebbero spiegare queste cose, non lo fanno nel 90% dei casi.
Perché non parlano del period of purple crying? Perché non parlano su come evitare che scattino certe reazioni come la sindrome da scuotimento (che è un reato penale)? Perché non preparare tecnicamente le persone su come tenere il bambino in braccio, e dare un'informazione corretta sulla diatriba "lasciar piangere il bambino fino allo sfinimento" o "correre dal bambino non appena piange"? Cose che il genitore capisce per approssimazioni, tentativi ed errori.
Io dico che il manuale di istruzioni esiste, e si chiama prevenzione.

Dott. Delogu