Ipnosi e psicologia a Cagliari... e non solo.

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mercoledì 28 gennaio 2015

Ipnosi come tecnica vs ipnosi come psicoterapia. La relazione terapeutica.

Cari lettori e lettrici,
diverse persone sono venute da me in studio dicendo: "vorrei che lei con l'ipnosi mi facesse dimenticare un evento". In sostanza chiedevano che io, meccanico della mente, usassi le mie chiavi professionali per smontare il pezzo che mi indicano. 
Questo fa la differenza tra un praticante di ipnosi e uno psicoterapeuta che utilizza l'ipnosi, differenza essenziale che vorrei spiegarvi, come sempre, col mio modo. 
Il praticante di ipnosi usa l'ipnosi come tecnica per fare qualcosa al vostro servizio, per togliere l'ansia, per esempio, per far smettere di fumare, col risultato che la persona può smettere come può capitare che debba ricorrere all'ipnotista se l'ansia dovesse tornare, o il motivo per il quale non riusciva a smettere di fumare dovesse tornare alla carica. Perché dovete sapere che i sintomi se ne infischiano delle tecniche, perché sono lì per uno scopo, mai per caso
Il praticante di ipnosi sa indurre una trance con relativi fenomeni ipnotici, ma non possiede gli strumenti diagnostici e  clinici per capire la psicodinamica del sintomo e per lavorare sulla relazione. 
Ho iniziato la mia carriera pensando che queste ultime due cose (psicodinamica del sintomo e relazione) fossero, in parole povere, perdite di tempo e parole vuote. Cosa vuol dire "lavorare sulla relazione?", mi dicevo. Credevo al potere magico dell'ipnosi che poteva far sparire sintomi psicologici in tempo rapido e breve, senza pormi una serie di domande di cui un bravo terapeuta bravo è ben consapevole. 
Ma mi resi presto conto che tanto rapidamente un sintomo poteva retrocedere, quanto spesso poteva non smuoversi di 1 mm o sbloccarsi inizialmente per poi andare in stallo, a discapito di tecniche e strategie. Che fare, dunque? Cambi tecnica, strategia, punti tutto sull'esecuzione perfetta sulla carta, per poi capire di aver sbagliato tutto perché niente funziona come dovrebbe
Quando si parla di ipnosi si parla di tecnica, per esempio come indurre una trance, come fare l'ipnosi frazionata, la levitazione della mano, e tutto questo è sacrosanto, è l'abc dell'ipnotista. Ma fare psicoterapia non è applicare tecniche. E' il saper strutturare un intervento terapeutico in base alla persona che abbiamo davanti. Questo significa che se arrivasse un'altra persona con sintomi simili dobbiamo capire la sua storia di vita, capire perché quella persona ha quel sintomo, fare l'analisi della domanda, stabilire obiettivi e meta-obiettivi, e strutturare un nuovo intervento necessariamente diverso perché siamo tutti diversi. 
Talvolta il primo intervento è quello di lavorare sulla relazione terapeutica, non sulla tecnica ipnotica. Significa sintonizzarsi sulla persona che si ha di fronte, che, per esempio, se il suo problema è relazionale, bisogna mettere in conto che metterà in atto le stesse dinamiche disfunzionali con voi nella relazione terapeutica. Tecnicamente prende il nome di "cicli interpersonali".
Se venisse da voi una ragazza che porta il problema di non riuscire a tenere in piedi le relazioni sentimentali per più di 2 settimane, dobbiamo aspettarci che, molto presto, metterà in atto quelle dinamiche inconsapevoli anche col terapeuta. Lo stesso vale per dinamiche di passività etc.
A questo punto il praticante di ipnosi se ne infischia della relazione, perché è troppo preso dalla tecnica perfetta. La applica ma non si ottengono i risultati sperati, perché magari la paziente sviluppa una resistenza perché non si è lavorato per far evolvere la relazione dentro la terapia. Ed ecco allora che il praticante di ipnosi usa la tecnica indiretta per aggirare la resistenza, in un vortice circolare dove la tecnica genera il problema risolvibile con un'altra tecnica che genera un altro problema.
Mentre chi usa l'ipnosi come psicoterapia, sa che, prima di affrontare qualunque discorso tecnico, in un caso simile è necessario creare una base di fiducia, che vada ben oltre il "io la pago, lei esegue la prestazione". Questa non è fiducia, ma un rapporto commerciale. 
Le basi per una psicoterapia sono diverse, e uno psicoterapeuta lavora affinché si raggiunga una base comune di partenza, mettendo in evidenza le dinamiche disfunzionali che emergono, facendo riflettere la persona a livello razionale sul suo comportamento. Si lavora sulla relazione per aumentare la consapevolezza, in primo luogo. Ed è chiaro che dobbiamo essere noi per primi estremamente consapevoli dei nostri meccanismi mentali per poter lavorare sulla relazione.  Poi, in un secondo momento, si strutturerà un intervento sul quale lavorare assieme alla persona. 
Tradurre in parole certe situazioni, vissuti personali e molle che scattano durante la terapia non è facile. Molti anni fa non capivo cosa volesse dire "lavorare sulla relazione" perché non è facile da spiegare, e va vissuto direttamente per capirlo. Se volete un approfondimento sulla relazione terapeutica e i cicli interpersonali, un collega ha scritto un bellissimo articolo che potete leggete cliccando qui 
Spero che per voi sia chiaro ora l'importanza di rivolgervi sempre a personale qualificato riscontrabile attraverso l'ordine nazionale degli psicologi o dei medici. 

Dott. Delogu, iscrizione ordine della Sardegna n°1414

sabato 24 gennaio 2015

Una riflessione sul tradimento

Cari lettori,
la bellissima serata di ieri  a Cagliari all'evento del Salotto piccante, organizzata brillantemente da Michela Pisu e Valentina Neri, nella quale ero ospite in qualità di psicologo psicoterapeuta, mi dà oggi l'ispirazione per parlarvi in maniera particolare del tradimento. Sembra strano, ma esiste un solo caso dove il tradimento, per contratto, è permesso da una parte sola.
Si può tradire un collega per un vantaggio personale, un amico per una donna, la Patria per ideologia, il partner per un piacere personale. Sono tutti tradimenti, ma di tipo diverso, e tutti implicano l'infrangere un patto tra due persone. In certi casi l'alleanza è talmente forte che in tutte le culture l'unione tra due persone che si amano viene consacrata a Dio, e in tutti gli eserciti mondiali, l'alto tradimento viene punito con l'ergastolo, o, dove prevista, la pena capitale. Questo per dire che si uccide e si muore per aver subìto un tradimento, non necessariamente in senso fisico, ma di sicuro interiore. Giuda si impiccò per aver tradito Cristo, con un bacio, per 30 denari (Matteo, 26,14-16).
Nella mia esperienza di clinico ho conosciuto persone incapaci di restare fedeli a un partner, ma io aggiungerei incapaci di restare fedeli a qualunque cosa all'infuori di se stessi.
Ho conosciuto persone che hanno tradito perché le relazioni che vivevano erano troppo negative e troppo dolorose da cambiare. Dietro diverse separazioni spesso c'è un amante nascosto che dà il coraggio di chiudere una relazione -penso alle donne maltrattate-
Altri che hanno tradito una moglie perché non provavano più niente per lei, e si sono sentiti "liberi" da ogni legame, autorizzati a guardare altrove, senza condividere questa scelta con la consorte, naturalmente, anzi, nascondendolo nella maggiorate dei casi.
Altri che invece erano a un passo dal tradimento, ma si sono tirati indietro. Questa fattispecie è una dinamica psicologica ben nota, sulla quale è stato ideato un format televisivo tutto italiano che compie oggi 9 anni e uno share di tutto rispetto del 16%.
Prendete delle coppie consolidate, separate i componenti e metteteli in gruppi con altre persone interessate a loro. Sarà solo questione di tempo prima che nasca una certa intimità tra due estranei, uno dei quali fidanzato/a. Inutile essere rigidi su questo punto: il format va avanti perché si innescano naturalmente queste dinamiche, malgrado i buoni propositi iniziali di fedeltà. Quello che fa la differenza è la scelta della persona di mettere o meno un freno alla relazione nascente. E questo vale per qualunque relazione umana che abbia determinate implicazioni. Prendere un caffè con una persona con la quale sentiamo che c'è un'intesa ha una implicazione. Cominciare a scriversi sms di nascosto ha un'implicazione maggiore. Incontrarsi più o meno "per caso" è una strada che si sceglie di seguire per i motivi più disparati, ma che alza l'asticella delle implicazioni e del coinvolgimento con l'altro.  E' una strada che i traditori conoscono bene, e i non traditori/trici fiutano da lontano.
L'intimità va creata attivamente, passo-passo, non si crea per generazione spontanea. Quindi no, non ci sono scuse del tipo "è successo", ma "ho voluto che succedesse".
E infine esiste una sola relazione dove il tradimento fa parte della relazione, ed è ammessa solo da una parte: la relazione terapeutica.
Nella relazione terapeutica si stringe una alleanza terapeutica, si lavora insieme per raggiungere un obiettivo concordato. Il terapeuta che accetta di prendersi in carico un paziente non può sparire nel nulla a metà percorso, non rispondere al telefono senza dare spiegazioni. Il codice deontologico parla chiaro sulla presa in carico della persona.
Ma chi si rivolge al terapeuta invece è libero da ogni vincolo. Può abbandonare la terapia anche se non è conclusa, e non si sentirà mai tradito dal terapeuta, che rimarrà come una sorta di Totem sulla montagna. 
Ma il terapeuta può sentirsi tradito dal paziente che lo molla?
Dipende dalla personalità del terapeuta, ma posso dire in generale che non è un buon segno se questo accade, perché significa investire affettivamente troppo su una persona che dovremmo aiutare, e questo influisce negativamente sul rapporto terapeutico perché fa perdere l'obiettività. Serve la giusta dose con flessibilità, come il sale in cucina.
La pratica clinica e soprattutto l'esperienza aiutano a vivere la terapia nel qui e ora, impostando un lavoro nel medio termine, ma lavorando come se ogni seduta fosse l'ultima. 
Accettare una persona, nel mio lavoro, significa non giudicarla e accettare anche che questa potrebbe scegliere di prendersi una pausa o non venire più in terapia.
Accettare senza giudicare, come il totem sulla montagna.

Dott. Delogu




venerdì 2 gennaio 2015

Come chiudere una relazione che non vuole chiudersi

Cari lettori e lettrici,
quando un relazione finisce la cosa può concludersi in diversi modi: c'è chi trova un equilibrio nel restare in buoni rapporti con l'ex partner, specie se ci sono figli di mezzo; c'è chi dà un taglio netto lasciandosi alle spalle un rapporto travagliato, senza troppo rimpianti; c'è infine chi vive di rimpianti nonostante la storia sia finita e nonostante siano passate settimane, mesi, e in alcuni casi anche anni.
Che fare in questi casi, quando la mancanza ci divora, il rimpianto di quanto perso ci sconvolge?
Ci troviamo di fronte all'elaborazione di un lutto, a dover gestire la perdita di una persona, se non in senso fisico, di sicuro psicologico. Il sapere che qualcuno a cui teniamo non è più con noi è una consapevolezza atroce che accomuna chi è costretto ad affrontare un lutto vero, con chi non riesce a voltare pagina da una relazione finita dove tutto è andato male.
Il perché di questa dinamica sta nella scissione che si presenta dentro di noi: quando chiudiamo una relazione da un lato lo facciamo per le dissonanze nel rapporto che l'hanno reso ingestibile, ma dall'altro potenti ricordi positivi ci fanno vivere il rimpianto di ciò che abbiamo perso. E naturalmente, se siamo ancora innamorati, prevale il rimpianto sul sollievo di aver lasciato quella persona.
Che fare quindi?
Non esistono "quick fix", aggiustamenti rapidi che si possano fare leggendo un post, ma dal vivo, signori, è tutta un'altra storia.
Gli ingredienti per uscire da queste dinamiche sono:
1) Grande capacità immaginativa
2) buon numero di ricordi negativi
3) buon numero di ricordi positivi.
Il lavoro si svolge in immaginazione, con gli occhi chiusi e visualizzando determinate immagini. Attraverso una procedura dolorosa quanto dei punti al pronto soccorso -e il sottoscritto dopo un impatto frontale con un cordolo di cemento ne ha un fresco ricordo- è possibile "uccidere" i ricordi positivi. Un po' come se prendessimo una foto alla quale siamo molto affezionati e le dessimo fuoco.
Fa male? Sì, è inevitabile, ma un dolore controllato e calibrato. E' gestibile? Sì, ma non da soli. Per questo ci sono io e so come fare.
Riflettiamo: cosa accadrebbe se di una relazione che non riusciamo a gettarci alle spalle di colpo non avessimo più i ricordi positivi? Resterebbe un senso di frustrazione, rabbia e amarezza collegato ai ricordi negativi, che però si possono neutralizzare attraverso strategie di varia natura (ipnotiche, comportamentali etc).
Capirete quindi che il modo di procedere è molto diverso dal sedersi su una poltrona col terapeuta da film che dice "mi parli della sua infanzia".

Questo che vi ho presentato è il mio personale metodo e modo di lavorare, non è detto sia il migliore in assoluto, ma certamente è quello che funziona meglio se messo in mano a me.
La mia missione è di aiutare chiunque a Cagliari e limitrofi, abbia una difficoltà che non riesce a superare da solo, e in questo caso, non riesca a lasciarsi alle spalle un rapporto doloroso.
Uno psicologo a Cagliari serve a questo.

Dott. Delogu