Ipnosi e psicologia a Cagliari... e non solo.

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mercoledì 24 giugno 2015

Cagliari: il labirinto delle balbuzie

Nella mia vita ci sono state varie esperienze che mi hanno portato a occuparmi di balbuzie. Un problema di cui capisco la logica, capisco cosa non va, capisco come risolverlo. E ve ne vorrei parlare qui, con semplicità.
Il problema delle balbuzie è multisfaccettato: da un lato esiste, ed è evidente, un aspetto fonologico, su cui tutti lavorano con le terapie di rieducazione, oggetto di numerosissimi corsi. Ma dall'altra il balbuziente è vittima del suo stesso problema, per cui sa di balbettare da sempre, sa qual'è la reazione della gente quando lui parla, sa cosa si prova quando si balbetta o quando si sta per pronunciare una parola difficile piena di c o b. Per cui è fisiologico che abbia paura del contatto sociale, e difficilmente una tecnica risolverà questa consapevolezza di sé e degli altri. La tecnica vocale lavora su un canale, ma non è il solo esistente.
Però lavorare sull'aspetto tecnico è necessario, e ve lo spiego con un esempio: quando suonavo la chitarra elettrica capitava che ciò che nella mia stanza riusciva all'80% come pulizia e precisione dell'esecuzione, dal vivo riusciva al 30%. In sostanza quando salivo sul palco l'ansia mi giocava un brutto tiro: mi irrigidivo, le mani mi sudavano, mi scivolavano le corde da sotto le dita, mi cadeva il plettro, e rendendomi conto che stavo sbagliando troppo entravo in un vortice che pregiudicava l'esecuzione dei pezzi successivi. Ve l'ho descritta come me la ricordo, ma non è detto che nella realtà le cose fossero così disastrose. Questo per dire che c'è sempre una differenza tra la percezione soggettiva di un evento e lo svolgimento reale.
Nelle balbuzie il funzionamento è simile: in contesti di relax il problema non si presenta, o si presenta poco, ma in contesti sociali il problema emerge senza pietà.
Io avevo due scelte: o smettevo di suonare dal vivo o risolvevo il problema. Sarò sincero: scelsi la prima, evitai di suonare in pubblico, o cercavo di farlo il meno possibile. Avevo 15 anni. Mi resi conto però che le mie prestazioni chitarristiche crollavano se in camera mia entrava un amico chitarrista. A quel punto avevo nuovamente due scelte: o ero condannato a suonare in solitudine o trovavo un modo per risolvere il problema.
Chi è balbuziente e sta leggendo queste righe, probabilmente capirà il mio problema. Che senso ha essere bravissimo da solo se poi nessuno ti può vedere?
Feci però questo ragionamento: se un pezzo da solo lo suono a 100 di metronomo senza errori, e davanti a un amico, o un pubblico riesco solo a 60, cosa succederebbe se riuscissi a suonarlo senza errori a 200 da solo?
Questo è il motivo per il quale è necessario lavorare sull'aspetto tecnico/esecutivo del problema. Quando raggiunsi i 240 di metronomo senza errori da solo erano passati molti anni e stavo dando da tempio lezioni di chitarra elettrica a tanti ragazzi. Avevo trovato il modo di risolvere il problema, da solo.
Non c'è molta differenza tra suonare in pubblico, parlare in pubblico, parlare con una ragazza che piace, perché sono tutte situazioni sociali nelle quali ci si espone al giudizio, è inevitabile. Ma fintanto che stiamo concentrati sul possibile giudizio negativo, questo ci influenzerà suggestionandoci negativamente, alimentando e incrementando il problema.
Nella mia pratica clinica ho visto che per alcuni pronunciare la parola "cascata", è molto difficile.  Pronunciare "Ca" è molto più facile. In realtà l'aspetto mentale gioca un ruolo determinante: non esistono parole facili o difficili, esistono parole che innescano paure più o meno forti di sbagliare.
LA terapia è quindi un mix di miglioramento tecnico, esercizi di dizione, e approccio mentale al problema, attraverso strategie di psicoterapia, autoipnosi, EMDR.
Sarò sincero: ogni balbuziente è un caso a sé, pertanto non è possibile a mio avviso usare un metodo che abbia il 100% dell'efficacia.  Ma esistono bravi terapeuti che sanno adattare le loro conoscenze alla persona che hanno davanti, in modo diversificato e unico.
Perchè la persona è unica.

Se siete di Cagliari e conoscete qualcuno che soffre di balbuzie, qui troverete delle soluzioni. 

Dott. Delogu

mercoledì 17 giugno 2015

Perché è difficile smettere di fumare?

Cari lettori e lettrici,
so bene che ci sono persone che decidono da un giorno all'altro di smettere di fumare, e semplicemente lo fanno, senza rimpianti, senza patemi d'animo. Spengono l'ultima sigaretta e fanno altro, pensano ad altro. Ci sono persone in grado di fare così, o che semplicemente funzionano in questo modo. Beati loro!
Ma perché altre persone devono superare le 12 fatiche di Ercole per riuscire a smettere?
Una possibile ipotesi è che esistono persone con una struttura di personalità dipendente, che si traduce col fatto che tendono a sviluppare relazioni di dipendenza dalle figure affettive, quindi avere sempre bisogno di conferme, vicinanza, consigli o consensi, con una conseguente mancanza di autonomia decisionale. Per queste persone prendere una decisione coraggiosa come andare a lavorare all'estero diventa impossibile per i sensi di colpa, e prendere una decisione contraria alle aspettative degli altri diventa fonte di grande stress. Se queste persone fumano, può darsi che arrivino a proiettare sul fumo qualcosa di personale, come un modo per tenersi compagnia, o per convogliare l'ansia, o l'unico spazio di autonomia personale.
Una seconda ipotesi diagnostica è che alcuni fumatori abbiano un disturbo del controllo degli impulsi, come la cleptomania, sono che ha come oggetto il fumo.
Una terza ipotesi è che alcuni fumatori non smettano perché il fumo sostituisce la compulsione di un disturbo ossessivo compulsivo.
Può darsi che quella persona non abbia niente di patologico, ma sia incastrata in una routine che alimenta e mantiene la dipendenza dalla sigaretta.
Potrei andare avanti con le ipotesi, ma non è questo ciò che conta.
Voglio dirvi questo: tutti i fumatori sono diversi, hanno storie di vita diverse, vissuti diversi anche a parità di situazioni, e ragionano e pensano diversamente. Il fatto che abbiano la stessa dipendenza non significa affatto che il meccanismo alla base sia lo stesso, e pertanto che esista una cura universale che va bene per tutti, così come non significa che tutte le persone che provano a smettere lo vogliano tutte al 100%. 
Per capire meglio quest'ultimo concetto, pensate che mentalmente accade lo stesso conflitto che si avverte quando termina un rapporto sentimentale: uno dei due da un lato odierà l'altro per il male che  ha fatto, ma dall'altra ci saranno sentimenti contrastanti nei quali prevarrà il rimpianto per quella persona. E' l'odi et amo di Catullo.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

"Odio e amo. Perchè io lo faccia, forse ti chiederai.
Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento".

E' la presenza di sentimenti opposti e contrastanti del tutto irrazionali, che sfuggono al controllo volontario e creano un conflitto intrapsichico, il tormento interiore.
Chi non riesce a smettere si trova nella medesima situazione: vuole smettere ma non vuole smettere.
Vuole smettere per vari motivi solitamente razionali -soldi, salute, il non riuscire a smettere-, e non vuole smettere per motivi non razionali, tant'è che, quando lo chiedo, spesso le persone mi rispondono "non lo so", o mi dicono che faccio domande troppo difficili. Questo è il confine, il limite della razionalità.
Il problema nasce quando a monte delle ragioni non razionali ci sono problematiche più complesse, che impediscono alla persona di smettere. A volte le persone vogliono affrontare queste tematiche, altre volte preferiscono continuare a fumare e non pensarci.
Quando si presenta da me una persona che vuole smettere di fumare, la prima cosa che cerco di capire è cosa non ha funzionato nei tentativi precedenti per smettere. In secondo luogo faccio delle ipotesi sul perché quella persona continua a fumare. E dato che tutte le ipotesi vanno falsificate, in ogni caso procedo sempre con delle strategie che lavorano sul presente, che mettono in corto circuito il sistema di gratificazione del fumo.
Se queste tecniche funzionano, come spesso accade, è il risultato stesso a falsificare la mia ipotesi iniziale, e ne sono ben contento. Se le tecniche non funzionano, una delle possibili cause è che una resistenza inconscia sia entrata in funzione bloccando l'efficacia delle tecniche.
Faccio un esempio: supponiamo che voi siate degli psicoterapeuti, e si presenta una signora alla quale è morto il marito, e vi dice che vuole superare il lutto.
Voi lavorate a modo vostro sul problema, ma vedete che le cose non vanno per il verso giusto, in una parola invece che stare meglio, la signora  sta uguale se non peggio. Al che indagando scoprite che quella persona aveva solo il marito come punto di riferimento, e la sola idea di "lasciarlo andare" la getterebbe nella più totale disperazione. Capite bene quindi che al fine di raggiungere l'obiettivo prefissato, sarà necessario che la signora arrivi a essere più forte, non sentirsi più sola, prima di intraprendere un lavoro diretto sul marito. Perché qualunque vostro tentativo di lavorare sul lutto verrebbe bloccato dalla non collaborazione inconscia della vostra paziente.
Questo per farvi capire che smettere di fumare con l'ipnosi non è uno schiocco di dita, non è la filastrocca ipnotica che fa dimenticare il fumo (magari esistesse!), ma significa conoscere molto bene le dinamiche del fumo, conoscere e saper applicare molte tecniche, strategie e protocolli, e sapere esattamente cosa fare in determinate situazioni. Il chirurgo che gestisce con successo l'emergenza in sala operatoria. Io la vedo così, un bisturi affilato non basta assolutamente, tanto meno il titolo accademico.
Questo per dire che non bisogna dare per assodato che basti il titolo di "psicoterapeuta" per avere la competenza necessaria per gestire una dipendenza dalla sigaretta, perché così purtroppo non è.
L'esperienza personale, una feroce pratica clinica, lo studio maniacale e una passione per l'argomento e quello che si fa portano al risultato e ad aprire la propria mente lontano dagli schemi iniziali.
Spero che da queste righe traspaia la mia passione, che qualcuno a Cagliari etichettò come "iniziale".
Direi che quel qualcuno si sbagliava.


Dott. Delogu